Ogni tazza comincia con una passeggiata nel bosco
Il Taccuino dell'Officina → 🌿Diario di Selvatica
Questo è il luogo dove nasce Selvatica.
Le tazze della collezione Selvatica non nascono davanti al tornio. Cominciano molto prima, tra sentieri di faggio, fotografie scattate durante le camminate e piccoli incontri che, a volte, passano quasi inosservati.
Ci sono persone che entrano nel bosco semplicemente per fare una passeggiata e altre che ci entrano con un cestino in mano. Chi va a funghi, però, difficilmente cammina senza una meta. Con il tempo ognuno costruisce una geografia tutta sua fatta di sentieri, alberi e piccoli angoli in cui tornare ogni anno, sperando che la stagione abbia fatto il suo lavoro.
Anch'io ho i miei boschi. Alcuni li conosco da quando ero bambina, quando andavo con mia mamma e con mio nonno. Sono stati loro a insegnarmi che cercare funghi non significa soltanto guardare il terreno, ma imparare a leggere il bosco: osservare gli alberi, ricordare dove l'umidità rimane più a lungo, capire se le piogge sono arrivate nel momento giusto e se la temperatura ha creato le condizioni ideali. Perché il bosco, da solo, non basta.
Ogni stagione è diversa e ogni uscita può regalare grandi soddisfazioni oppure lasciarti il cestino quasi vuoto.
il bosco di faggi è il mio preferito
Le mie prime fungaie
Da bambina avevo già le mie fungaie. Erano pochi alberi che conoscevo bene e verso cui correvo appena entravo nel bosco con mia mamma. Sapevo che, se la stagione era quella giusta e nessuno era passato prima di me, lì avrei trovato uno o due porcini.
Se erano ancora troppo piccoli li lasciavo dov'erano e li coprivo appena con qualche foglia secca, sperando che nessun altro li trovasse prima del mio ritorno. Qualche giorno dopo correvo di nuovo allo stesso albero e, quando ero fortunata, li ritrovavo cresciuti.
Ancora oggi torno in alcune di quelle fungaie. Gli alberi sono gli stessi, io sono cambiata. Eppure ogni volta che mi avvicino provo la stessa curiosità di allora, quella sensazione che dietro il prossimo tronco possa esserci una piccola sorpresa.
Ci sono ritrovamenti che fanno sorridere come quando avevi dieci anni. Per fortuna non passa mai.
Imparare a osservare
Naturalmente, quando esco, spero sempre di trovare qualche porcino. È il fungo che tutti cercano e che, in realtà, racchiude diverse specie, ognuna legata a particolari condizioni e a determinati tipi di bosco. Se la stagione è favorevole raccolgo volentieri anche Cantharellus, Leccinum e Amanite cesaree, che considero tra i funghi più affascinanti dei nostri boschi.
Con il tempo, però, mi sono accorta che il mio modo di vivere il bosco è cambiato. Oggi torno spesso a casa con un bottino diverso da quello che avevo immaginato. A volte nel cestino ci sono pochi funghi, ma nella macchina fotografica ci sono decine di immagini.
Mi fermo a osservare il colore acceso di un Hygrocybe, le lamelle perfette di un Entoloma, la forma di un cappello appena spuntato dal muschio. Altre volte mi incuriosiscono una corteccia, un lichene, una foglia rosicchiata dagli insetti o la luce che filtra tra i faggi dopo un temporale.
Credo che, senza accorgermene, sia stato proprio il bosco a insegnarmi a osservare.
forme e colori del bosco
Gli incontri inattesi
Ci sono poi incontri che non hanno nulla a che fare con i funghi e che, forse, ricordo ancora meglio. Un palco di capriolo trovato per caso, una vecchia mandibola di cinghiale, le tracce lasciate dagli animali sul terreno dopo una notte di pioggia oppure un fiore che non avevo mai visto prima.
Sono piccoli dettagli che trasformano ogni uscita in qualcosa di diverso dalla precedente e che mi ricordano quanto il bosco sia vivo e imprevedibile. Forse è anche per questo che continuo a tornarci. Non solo per quello che spero di trovare, ma soprattutto per quello che ancora non so di poter incontrare.

una salamandra molto carina
Dal bosco al laboratorio
Quando rientro in laboratorio non inizio subito a lavorare. Le fotografie rimangono lì, a volte per settimane, altre volte per mesi. Ogni tanto le riguardo e mi accorgo che un colore continua ad attirare la mia attenzione oppure che la forma di un fungo mi è rimasta impressa più delle altre.
È in quel momento che la passeggiata ricomincia, questa volta davanti al tornio.
Non cerco mai di riprodurre fedelmente un fungo. Mi interessa conservarne il ricordo, l'atmosfera e l'emozione che mi ha lasciato quell'incontro nel bosco. Le tazze della collezione Selvatica non sono copie della natura: sono il tentativo di portarne a casa un piccolo frammento.

tazza Boletus e funghi in posa in laboratorio
Perché hanno un nome scientifico
Per questo ogni tazza porta il nome scientifico del fungo che l'ha ispirata. Non è una scelta fatta per sembrare originale, ma un modo per rendere omaggio a specie che conosco, fotografo e continuo a cercare ogni volta che entro nel bosco.
Quando prendo in mano una tazza Boletus edulis, Cantharellus cibarius, Hygrocybe conica, Entoloma euchroum o Amanita muscaria, non penso soltanto a un oggetto in ceramica. Mi tornano in mente un sentiero, una stagione, una mattina di pioggia o una passeggiata fatta con le persone che mi hanno insegnato ad amare questi luoghi.
Ed è forse questo il vero significato della collezione Selvatica.
Ogni tazza, prima ancora di nascere nel laboratorio, ha già percorso molti chilometri tra gli alberi.
Scopri la collezione Selvatica
Se vuoi vedere tutte le tazze ispirate ai funghi e ai boschi, puoi esplorare la collezione Selvatica, nata da anni di passeggiate, fotografie e incontri con la natura.
Le tazze citate in questo racconto
Scopri tutta la collezione
Se vuoi vedere come queste ispirazioni prendono forma, puoi esplorare la collezione Selvatica, dove trovi tutte le tazze e gli altri oggetti nati dal bosco.
👉 Oppure scopri Selvatica: ceramiche nate dal sottobosco, l'articolo dedicato alla collezione.